Da sempre il gioco d’azzardo ha rappresentato un terreno fertile per il diffondersi del prestito a strozzo.
Si rischia denaro perché si crede, in maniera del tutto aleatoria, di ricevere un guadagno in denaro che gratifichi l’investimento. Il bisogno di vincere è la società stessa ad averlo imposto come valore. In questi ultimi tempi è aumentata la domanda delle occasioni da gioco che ha portato all’aumento dell’offerta e dei luoghi in cui giocare.
Il fenomeno dell’usura nasce all’interno di un quadro di sovra indebitamento non più gestibile dal singolo. È proprio il sovra indebitamento da gioco la precondizione necessaria alla caduta nelle mani dell’usuraio, anche se non è sufficiente essere degli indebitati a rischio perché questo accada. Il soggetto che si rivolge all’usuraio è quella persona che si trova ad essere incapace di gestire la crisi e si rivolge all’usuraio considerando questa come la soluzione più semplice al problema. Gli usurai sono persone che stanno nei luoghi di sale scommesse, nei bar, negli ippodromi e aspettano solo che la persona disperata, perché ha perso tutti i suoi soldi al gioco in quella giornata, gli venga a chiedere aiuto, un aiuto che purtroppo costerà caro a quella persona. Gli usurai sanno quando è il momento di avvicinarsi per fare la loro proposta in denaro. Così il giocatore lo ringrazierà e lo vedrà come il suo salvatore, promettendo che presto restituirà tutto il denaro prestato. Ma poi chi è malato di gioco non riesce a fermarsi e perde, perde continuando ad attingere al denaro del suo “amico” usuraio. Come possiamo immaginare i tassi di interesse dei soldi prestati diventeranno sempre maggiori e il giocatore patologico si ritroverà in una situazione ancora più grave e difficile da gestire da solo.
È ormai accertato e lo confermano sia i dati provenienti dall’Istat, sia quelli di altri istituti di ricerca, che il sovra indebitamento è un fenomeno diffuso e purtroppo mostra una curva crescente. Molte sono le famiglie che anche a causa di una costante perdita di potere di acquisto dei propri redditi, non dispongono di risparmi o di una rete familiare in grado di aiutarle. Purtroppo più cresce la cultura del debito, più la società nel suo insieme si trova esposta al rischio di sovra indebitamento.
È utile dire che se da una parte è diritto di ogni individuo aspirare al benessere economico e sociale, dall’altra, la mancanza di un senso di responsabilità individuale nel contrarre una serie di debiti è una forma “patologica” che può essere prevenuta attraverso campagne di sensibilizzazione e curata la dove il problema sussiste (attraverso gli sportelli di aiuto).
Si può intervenire attraverso campagne di sensibilizzazione su fasce della popolazione adolescenziale in modo da prevenire il fenomeno del sovra indebitamento. Esistono associazioni che si occupano di questi problemi e collaborano insieme per spingere la popolazione a chiedere aiuto, un aiuto risolutivo, prima che si cada in mano di persone sbagliata o prima che ci si faccia prendere dalla malattia del gioco.
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Psicologia e Psicoterapia Sistemico Familiare. Informazioni scientifiche curate dal Dr.ssa Alessandra Di Pasquali, Psicologa e Psicoterapueta, Roma; per Psicolife (www.psicolife.com) - Il portale di informazione scientifica sula psicologia e l'ipnosi
lunedì 3 maggio 2010
sabato 3 aprile 2010
L'integrazione lavorativa
"Disabile e Lavoro" è un quesito che sempre più frequentemente viene posto allo Sportello Disabili. Le opportunità lavorative sono poche e le informazioni per come accedervi non sono facili da trovare. Nonostante le agevolazioni fiscali e contributive a favore dei datori di lavoro, il numero degli occupati rimane sempre basso.
Varie sono le cause: l'ambito territoriale, le caratteristiche ambientali e culturali, la dimensione e la dispersione dell'utenza disabile, la disponibilità e la tipologia delle aziende obbligate all'assunzione. La prima legge sull'inserimento lavorativo delle persone con disabilità (L. 482 del 2 aprile 1968) prevedeva già un sistema impositivo nei confronti delle aziende, obbligandole ad assumere persone con invalidità superiore al 45%. La nuova legge ha mantenuto l'obbligo di assunzione, introducendo però una modalità di tipo consensuale e negoziale tra tutti gli attori coinvolti (disabili, aziende e servizi). L'approccio della L. 68/99 favorisce la conoscenza dei bisogni specifici della persona, mettendone in evidenza le capacità e le potenzialità. L'analisi valutativa viene quindi a configurarsi come un processo attivo, in cui i vari soggetti preposti a realizzare tale funzione sono tenuti ad esprimere un'adeguata valutazione della persona con disabilità, per metterne in luce le capacità lavorative e per individuare quali possono essere gli interventi più adatti a favorire il suo inserimento lavorativo.
Inserimento mirato significa "inserire la persona giusta, al posto giusto". Per far ciò è necessario conoscere la persona nella sua totalità, conoscere le sue attitudini, le sue capacità, le sue conoscenze e le sue potenzialità. E' necessario conoscere le offerte: conoscere la mansione in relazione al luogo di lavoro, agli strumenti lavorativi a disposizione, al vissuto psicologico/relazionale di chi deve essere inserito. Significa rendere accessibili gli ambienti di lavoro, sia sotto l'aspetto logistico (barriere architettoniche), sia sotto l'aspetto psico - relazionale delle persone con disabilità. Ogni persona è diversa dall'altra e le varie invalidità civili sono dovute a molteplici fattori: disabilità motoria o psichica, disabilità sensoriale, patologia psichiatrica, patologia tumorale o altre malattie rare, gravi o invalidanti.
Molto spesso le famiglie delle persone con disabilità si rivolgono agli operatori dei servizi per chiedere se esiste un futuro lavorativo per i loro figli, se anche loro possono avere la possibilità di svolgere un’attività lavorativa ma molto spesso o quasi sempre si sentono dire che il territorio non offre molte opportunità, che non ci sono soldi per finanziare progetti di inserimento lavorativo, insomma che è meglio rinunciare a questo loro desiderio, bisogno. Le famiglie si sentono ancora più sole.
www.psicolife.com
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Varie sono le cause: l'ambito territoriale, le caratteristiche ambientali e culturali, la dimensione e la dispersione dell'utenza disabile, la disponibilità e la tipologia delle aziende obbligate all'assunzione. La prima legge sull'inserimento lavorativo delle persone con disabilità (L. 482 del 2 aprile 1968) prevedeva già un sistema impositivo nei confronti delle aziende, obbligandole ad assumere persone con invalidità superiore al 45%. La nuova legge ha mantenuto l'obbligo di assunzione, introducendo però una modalità di tipo consensuale e negoziale tra tutti gli attori coinvolti (disabili, aziende e servizi). L'approccio della L. 68/99 favorisce la conoscenza dei bisogni specifici della persona, mettendone in evidenza le capacità e le potenzialità. L'analisi valutativa viene quindi a configurarsi come un processo attivo, in cui i vari soggetti preposti a realizzare tale funzione sono tenuti ad esprimere un'adeguata valutazione della persona con disabilità, per metterne in luce le capacità lavorative e per individuare quali possono essere gli interventi più adatti a favorire il suo inserimento lavorativo.
Inserimento mirato significa "inserire la persona giusta, al posto giusto". Per far ciò è necessario conoscere la persona nella sua totalità, conoscere le sue attitudini, le sue capacità, le sue conoscenze e le sue potenzialità. E' necessario conoscere le offerte: conoscere la mansione in relazione al luogo di lavoro, agli strumenti lavorativi a disposizione, al vissuto psicologico/relazionale di chi deve essere inserito. Significa rendere accessibili gli ambienti di lavoro, sia sotto l'aspetto logistico (barriere architettoniche), sia sotto l'aspetto psico - relazionale delle persone con disabilità. Ogni persona è diversa dall'altra e le varie invalidità civili sono dovute a molteplici fattori: disabilità motoria o psichica, disabilità sensoriale, patologia psichiatrica, patologia tumorale o altre malattie rare, gravi o invalidanti.
Molto spesso le famiglie delle persone con disabilità si rivolgono agli operatori dei servizi per chiedere se esiste un futuro lavorativo per i loro figli, se anche loro possono avere la possibilità di svolgere un’attività lavorativa ma molto spesso o quasi sempre si sentono dire che il territorio non offre molte opportunità, che non ci sono soldi per finanziare progetti di inserimento lavorativo, insomma che è meglio rinunciare a questo loro desiderio, bisogno. Le famiglie si sentono ancora più sole.
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lunedì 8 marzo 2010
Il colloquio clinico
Il colloquio clinico
Dal vocabolario apprendiamo che il colloquio consiste in una conversazione, un momento fissato tra due o più persone per discutere, scambiare idee: comunicare.
Etimologicamente comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con qualcosa che non ci appartiene, quindi “essere con” pur mantenendo una distanza.
La comunicabilità si addice alle situazioni di adattamento reciproco, in cui ogni partecipante alla comunicazione impara gradualmente ad entrare nel sistema di riferimento dell’altro non abbandonando completamente il proprio (Jacques, 1992).
Il fatto che un colloquio sia normalmente fissato con anticipo, che esiste un accordo sullo scopo, il tempo, il luogo e le condizioni particolari di attuazione (ad esempio il costo della seduta), introduce delle variabili che caratterizzano fortemente il contesto della comunicazione.
Il contesto all’interno del quale si svolge il colloquio fa da contenitore a questo incontro e dà significato e senso agli scambi.
Il colloquio clinico, come forma di interazione diadica, si configura come un particolare contesto in cui diversi e specifici sono i ruoli svolti dall’intervistatore e dal soggetto.
L’intervistatore dispone dunque delle espressioni e del comportamento del soggetto, unitamente al contesto in cui esse vengono poste in atto.
Esistono infatti delle convenzioni tra gli interlocutori, in primo luogo di origine socioculturale, che collocandoli su posizioni diverse, agiscono sul piano della relazione.
La distribuzione dei turni di parola, per esempio, dipende da convenzioni esterne all’interazione in corso, dall’influsso di regole sullo svolgimento della conversazione, sulle modalità di espressione, sulla gestione dello spazio interlocutorio.
Il colloquio si fonda più che su singoli episodi comunicativi, sul processo di interazione tra gli interlocutori, il quale non può prescindere dagli atteggiamenti dei protagonisti, dalle loro credenze, finalità e motivazioni individuali, che rendono allo stesso tempo irripetibile il suo svolgimento.
Nello svolgimento di un colloquio, lo psicologo è spinto da motivazioni personali, umane, legate ai propri interessi ed alle curiosità verso gli altri, le quali si sono costituite attraverso una serie di scelte che egli ha effettuato nel tempo e che gli forniscono una sorta di sintesi operativa in quel momento.
Il colloquio clinico è una situazione in cui la comunicazione avviene tra due persone che si incontrano più o meno volontariamente, sulla base di una rapporto esperto-cliente.
Sullivan afferma che non è possibile conoscere che cosa turba la vita di una persona, il suo problema, senza avere un’idea abbastanza chiara della persona e di quelli che la circondano, e cioè delle modalità tipiche di relazione.
Uno psicologo che tenga conto della dimensione temporale, non fa riferimento al solo contesto di osservazione (spazio interattivo del colloquio) ma anche al patrimonio interazionale che le persone hanno acquisito negli anni, dando rilievo agli elementi soggettivi (ricordi, aspettative, intenzioni), del tempo vissuto sia individuale che collettivo.
La fisionomia del colloquio è tratteggiata dal metodo di conduzione dell’incontro e dalla unità di osservazione e di analisi.
L’utilizzazione del colloquio a scopo diagnostico o prognostico si basa sul presupposto che, i tratti, le disposizioni, rilevate in una persona in occasione del colloquio, non sono caratteristiche incidentali, casuali, limitate nel tempo e nello spazio alla situazione in esame ma possono essere trasferite ad ambiti più vasti e rilevanti del comportamento.
Tuttavia questa sostanziale identità, questa complessiva stabilità, non deve far dimenticare le molteplici potenzialità di una persona. Infatti, una relativa unità, continuità e costanza che è possibile riscontrare nella condotta di ognuno, non deve far credere che la persona sia un sistema “monovalente”.
Essa è piuttosto un sistema “multivalente”, cioè dalle potenzialità molteplici, in quanto si è formata attraverso l’apprendimento di numerosi “ruoli” psicosociali.
Nei rapporti interpersonali della vita quotidiana, la tendenza a generalizzare, partendo da un aspetto limitato del comportamento, porta ad una semplificazione, ad un appiattimento deformante nella “percezione” della personalità.
Bisogna evitare che si verifichi anche nel colloquio clinico.
Consapevole di questa facile tendenza alla generalizzazione, lo psicologo dovrà sempre formulare le proprie ipotesi con riserva, proponendosi di verificare, mediante l’assunzione di ulteriori informazioni, la prima impressione riportata.
Deve assumere un atteggiamento di ricerca prudente.
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Dal vocabolario apprendiamo che il colloquio consiste in una conversazione, un momento fissato tra due o più persone per discutere, scambiare idee: comunicare.
Etimologicamente comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con qualcosa che non ci appartiene, quindi “essere con” pur mantenendo una distanza.
La comunicabilità si addice alle situazioni di adattamento reciproco, in cui ogni partecipante alla comunicazione impara gradualmente ad entrare nel sistema di riferimento dell’altro non abbandonando completamente il proprio (Jacques, 1992).
Il fatto che un colloquio sia normalmente fissato con anticipo, che esiste un accordo sullo scopo, il tempo, il luogo e le condizioni particolari di attuazione (ad esempio il costo della seduta), introduce delle variabili che caratterizzano fortemente il contesto della comunicazione.
Il contesto all’interno del quale si svolge il colloquio fa da contenitore a questo incontro e dà significato e senso agli scambi.
Il colloquio clinico, come forma di interazione diadica, si configura come un particolare contesto in cui diversi e specifici sono i ruoli svolti dall’intervistatore e dal soggetto.
L’intervistatore dispone dunque delle espressioni e del comportamento del soggetto, unitamente al contesto in cui esse vengono poste in atto.
Esistono infatti delle convenzioni tra gli interlocutori, in primo luogo di origine socioculturale, che collocandoli su posizioni diverse, agiscono sul piano della relazione.
La distribuzione dei turni di parola, per esempio, dipende da convenzioni esterne all’interazione in corso, dall’influsso di regole sullo svolgimento della conversazione, sulle modalità di espressione, sulla gestione dello spazio interlocutorio.
Il colloquio si fonda più che su singoli episodi comunicativi, sul processo di interazione tra gli interlocutori, il quale non può prescindere dagli atteggiamenti dei protagonisti, dalle loro credenze, finalità e motivazioni individuali, che rendono allo stesso tempo irripetibile il suo svolgimento.
Nello svolgimento di un colloquio, lo psicologo è spinto da motivazioni personali, umane, legate ai propri interessi ed alle curiosità verso gli altri, le quali si sono costituite attraverso una serie di scelte che egli ha effettuato nel tempo e che gli forniscono una sorta di sintesi operativa in quel momento.
Il colloquio clinico è una situazione in cui la comunicazione avviene tra due persone che si incontrano più o meno volontariamente, sulla base di una rapporto esperto-cliente.
Sullivan afferma che non è possibile conoscere che cosa turba la vita di una persona, il suo problema, senza avere un’idea abbastanza chiara della persona e di quelli che la circondano, e cioè delle modalità tipiche di relazione.
Uno psicologo che tenga conto della dimensione temporale, non fa riferimento al solo contesto di osservazione (spazio interattivo del colloquio) ma anche al patrimonio interazionale che le persone hanno acquisito negli anni, dando rilievo agli elementi soggettivi (ricordi, aspettative, intenzioni), del tempo vissuto sia individuale che collettivo.
La fisionomia del colloquio è tratteggiata dal metodo di conduzione dell’incontro e dalla unità di osservazione e di analisi.
L’utilizzazione del colloquio a scopo diagnostico o prognostico si basa sul presupposto che, i tratti, le disposizioni, rilevate in una persona in occasione del colloquio, non sono caratteristiche incidentali, casuali, limitate nel tempo e nello spazio alla situazione in esame ma possono essere trasferite ad ambiti più vasti e rilevanti del comportamento.
Tuttavia questa sostanziale identità, questa complessiva stabilità, non deve far dimenticare le molteplici potenzialità di una persona. Infatti, una relativa unità, continuità e costanza che è possibile riscontrare nella condotta di ognuno, non deve far credere che la persona sia un sistema “monovalente”.
Essa è piuttosto un sistema “multivalente”, cioè dalle potenzialità molteplici, in quanto si è formata attraverso l’apprendimento di numerosi “ruoli” psicosociali.
Nei rapporti interpersonali della vita quotidiana, la tendenza a generalizzare, partendo da un aspetto limitato del comportamento, porta ad una semplificazione, ad un appiattimento deformante nella “percezione” della personalità.
Bisogna evitare che si verifichi anche nel colloquio clinico.
Consapevole di questa facile tendenza alla generalizzazione, lo psicologo dovrà sempre formulare le proprie ipotesi con riserva, proponendosi di verificare, mediante l’assunzione di ulteriori informazioni, la prima impressione riportata.
Deve assumere un atteggiamento di ricerca prudente.
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venerdì 29 gennaio 2010
La coppia genitoriale
I bambini devono avere accesso ad entrambe i genitori.
Molto spesso sono le donne ad occuparsi maggiormente dei figli. Teniamo conto certamente del periodo della gravidanza e di quanto una donna si senta già mamma e poi il periodo post parto, il momento dell’allattamento, il rimanere a casa con il neonato per mesi prima di tornare a lavoro. Sono tutti elementi che rendono il rapporto tra madre e figlio molto stretto e intenso. Da qui può sorgere la difficoltà di un papà di entrare a far parte di questo rapporto.
Se i padri vengono esclusi dal rapporto o si escludono loro stessi, le conseguenze possono essere:
La madre si sente abbandonata ed il padre la giudica incompetente nel rapporto con il figlio.
Il padre si sente sminuito e poco importante, tutto ciò che riguarda i figli è compito della madre.
I figli iniziano ad occuparsi dei bisogni della madre (diventano “madri” o “compagni della madre”) e tutto questo porta ad una maggiore distanza nella coppia e il bambino a prendere un ruolo che non gli compete ed a caricarsi di responsabilità non sue.
I figli hanno bisogno di entrambe i genitori. Essi devono agire “insieme” nel rapporto con loro e soprattutto non uno contro l’altro. Questo presuppone che essi si rispettino nel loro modo di essere genitori. L’effettivo rispetto si evidenzia quando un genitore accoglie con benevolenza il comportamento del partner nei confronti dei figli e non interviene per correggerlo davanti al figlio.
Un’altra cosa molto importante è che all’interno della famiglia, la coppia genitoriale deve ritagliarsi uno spazio per la coppia marito e moglie. Essi devono creare e proteggere spazi e tempi da sfruttare solo per se stessi.
Alcune donne si rassegnano, si sottomettono al proprio destino nel senso che si assumo il carico della gestione dei figli, della casa, del lavoro e portano per anni il peso del “carico” fino ad esplodere. Sono donne che difficilmente sanno chiedere aiuto, sono donne “forti” ma non abbastanza da portare troppo a lungo un peso del genere sulle proprie spalle.
Dall’altra i mariti-padri, si sentono sempre più estranei a casa, hanno sempre meno da dire e la vita sessuale diventa sempre meno frequente: si crea uno sbilanciamento di potere e la coppia entra in una crisi coniugale.
Quando vengono in terapia è perché arrivano nel corso di una “crisi”.
In genere la donna riporta sentimenti di rabbia per non sentirsi compresa dal compagno come donna e non sentirsi aiutata abbastanza come mamma. Dall’altra anche l’uomo non si sente più compreso da lei e sente che è stato tagliato fuori da quel rapporto così intimo tra madre e figlio, quel figlio che sembra aver preso il suo posto, quello di “compagno della madre”.
Lei: “per tutti questi anni ho fatto tanto per la famiglia ma tu non ti sei mai accorto di nulla, ora sono stanca, non provo più sentimenti di amore per te”.
Lui: “ma io ho sempre cercato di aiutarti e starti vicino ma tu non me lo hai permesso; io lavoravo e tornavo tardi per portare i soldi a casa, per la nostra famiglia; se non ci pensavo io che ci pensava?”.
La terapia di coppia aiuta i due a riscoprirsi di nuovo come partner, ad ascoltarsi l’uno con l’altro forse come mai non avevano fatto prima e cioè nell’essere più schietti ed espliciti nei propri bisogni. A ritrovare o a trovare quella complicità non solo come coppia di partner ma anche come coppia genitoriale, senza più quei giochi di potere che “servivano” a ferire l’altro/a.
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Molto spesso sono le donne ad occuparsi maggiormente dei figli. Teniamo conto certamente del periodo della gravidanza e di quanto una donna si senta già mamma e poi il periodo post parto, il momento dell’allattamento, il rimanere a casa con il neonato per mesi prima di tornare a lavoro. Sono tutti elementi che rendono il rapporto tra madre e figlio molto stretto e intenso. Da qui può sorgere la difficoltà di un papà di entrare a far parte di questo rapporto.
Se i padri vengono esclusi dal rapporto o si escludono loro stessi, le conseguenze possono essere:
La madre si sente abbandonata ed il padre la giudica incompetente nel rapporto con il figlio.
Il padre si sente sminuito e poco importante, tutto ciò che riguarda i figli è compito della madre.
I figli iniziano ad occuparsi dei bisogni della madre (diventano “madri” o “compagni della madre”) e tutto questo porta ad una maggiore distanza nella coppia e il bambino a prendere un ruolo che non gli compete ed a caricarsi di responsabilità non sue.
I figli hanno bisogno di entrambe i genitori. Essi devono agire “insieme” nel rapporto con loro e soprattutto non uno contro l’altro. Questo presuppone che essi si rispettino nel loro modo di essere genitori. L’effettivo rispetto si evidenzia quando un genitore accoglie con benevolenza il comportamento del partner nei confronti dei figli e non interviene per correggerlo davanti al figlio.
Un’altra cosa molto importante è che all’interno della famiglia, la coppia genitoriale deve ritagliarsi uno spazio per la coppia marito e moglie. Essi devono creare e proteggere spazi e tempi da sfruttare solo per se stessi.
Alcune donne si rassegnano, si sottomettono al proprio destino nel senso che si assumo il carico della gestione dei figli, della casa, del lavoro e portano per anni il peso del “carico” fino ad esplodere. Sono donne che difficilmente sanno chiedere aiuto, sono donne “forti” ma non abbastanza da portare troppo a lungo un peso del genere sulle proprie spalle.
Dall’altra i mariti-padri, si sentono sempre più estranei a casa, hanno sempre meno da dire e la vita sessuale diventa sempre meno frequente: si crea uno sbilanciamento di potere e la coppia entra in una crisi coniugale.
Quando vengono in terapia è perché arrivano nel corso di una “crisi”.
In genere la donna riporta sentimenti di rabbia per non sentirsi compresa dal compagno come donna e non sentirsi aiutata abbastanza come mamma. Dall’altra anche l’uomo non si sente più compreso da lei e sente che è stato tagliato fuori da quel rapporto così intimo tra madre e figlio, quel figlio che sembra aver preso il suo posto, quello di “compagno della madre”.
Lei: “per tutti questi anni ho fatto tanto per la famiglia ma tu non ti sei mai accorto di nulla, ora sono stanca, non provo più sentimenti di amore per te”.
Lui: “ma io ho sempre cercato di aiutarti e starti vicino ma tu non me lo hai permesso; io lavoravo e tornavo tardi per portare i soldi a casa, per la nostra famiglia; se non ci pensavo io che ci pensava?”.
La terapia di coppia aiuta i due a riscoprirsi di nuovo come partner, ad ascoltarsi l’uno con l’altro forse come mai non avevano fatto prima e cioè nell’essere più schietti ed espliciti nei propri bisogni. A ritrovare o a trovare quella complicità non solo come coppia di partner ma anche come coppia genitoriale, senza più quei giochi di potere che “servivano” a ferire l’altro/a.
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venerdì 27 novembre 2009
Il bambino che fa il bullo
Si parla di bullismo quando uno o più individui si divertono utilizzando il proprio potere per molestare ripetutamente e gravemente una o più persone. Il bullismo comprende vari comportamenti: il bullismo fisico, quello verbale e il bullismo relazionale.
Il bambino incline al bullismo presenta gravi problemi di impulsività e di inadeguata espressione dell’aggressività, ha difficoltà di sentirsi di far parte della comunità scolastica. Il bullo individua un altro bambino più “debole” e lo fa diventare il suo bersaglio da colpire ogni volta lui decide di farlo. Si sente superiore e rifiuta l’altro perchè si giudica migliore di lui e quindi in diritto di tormentarlo. Nel momento in cui un comportamento bullistico non viene riconosciuto e affrontato, rimane la possibilità che da adulto possa diventare un violento; non sarà da meno un bambino che è stato vittima di un atto di bullismo. Chi subisce ripetuti atti di bullismo tende a sviluppare sintomi depressivi, bassi livelli di autostima, sentimenti di paura e stati ansiosi. Essi provano vergogna e imbarazzo nel parlare del loro problema ma quanto più si isolano tanto più cadono nel loro stato di angoscia. I sintomi di ansia che possono manifestare sono l’insonnia, gli incubi, i tic, l’eccesso di nervosismo e il rifiuto di andare a scuola. Inoltre possono manifestare mancanza di appetito, problemi gastrointestinali, dermatiti etc. Dall’altra, i bambini che si comportano da bulli, nonostante l’apparente fiducia in se stessi, hanno un livello di autostima basso e sebbene sembra che si piacciano, è dimostrato che solo le situazioni da cui possono ricavare un senso di superiorità o di controllo sugli altri, riescono a farli stare meglio, a placare la loro inquietudine. Nella maggior parte dei casi di bullismo, ci si concentra sul bambino che ha subito l’aggressione ma altrettanto importante è dedicarsi al “bullo” attraverso un lavoro di collaborazione tra la famiglia, la scuola e gli operatori del sociale (psicologi, assistenti sociali…), perché spesso dietro un atto di bullismo, ci sono messaggi, tra cui quello di richiesta di attenzione. I genitori vanno aiutati ad affrontare il problema. Spesso quando scoprono che un figlio fa il bullo, si preoccupano perché temono che non impari a stare bene con gli altri e vivono l’ansia di essere convocati a scuola in seguito ad un nuovo episodio di abuso. Non capiscono perché i figli si comportino male e si sentono in difficoltà per il loro insuccesso nel limitare il comportamento aggressivo dei figli. Questi genitori vanno aiutati a chiedere aiuto a persone specializzate sia per capire cosa c’è dietro il comportamento da bullo sia per imparare quali sono le strategie migliori da adottare per fronteggiare la situazione. Ci sono poi genitori che sottovalutano il problema, arrivando anche a giustificare il comportamento dei loro figli e questo atteggiamento non fa che peggiorare tutta la situazione a casa e a scuola. Dall’altra, come si deve comportare invece un genitore di un bambino vittima di bullismo?. Anche in questo caso i genitori vanno guidati, perché un atteggiamento iperprotettivo potrebbe essere nocivo e portare il bambino a sentirsi insicuro e debole ma anche un atteggiamento troppo duro portarlo a non sentirsi compreso e a sottovalutare la sua richiesta di aiuto.
Le situazioni vanno valutate caso per caso, con particolare attenzione al bambino che sia il bullo che sia la vittima, in relazione al contesto casa, scuola e al contesto socio-culturale.
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Il bambino incline al bullismo presenta gravi problemi di impulsività e di inadeguata espressione dell’aggressività, ha difficoltà di sentirsi di far parte della comunità scolastica. Il bullo individua un altro bambino più “debole” e lo fa diventare il suo bersaglio da colpire ogni volta lui decide di farlo. Si sente superiore e rifiuta l’altro perchè si giudica migliore di lui e quindi in diritto di tormentarlo. Nel momento in cui un comportamento bullistico non viene riconosciuto e affrontato, rimane la possibilità che da adulto possa diventare un violento; non sarà da meno un bambino che è stato vittima di un atto di bullismo. Chi subisce ripetuti atti di bullismo tende a sviluppare sintomi depressivi, bassi livelli di autostima, sentimenti di paura e stati ansiosi. Essi provano vergogna e imbarazzo nel parlare del loro problema ma quanto più si isolano tanto più cadono nel loro stato di angoscia. I sintomi di ansia che possono manifestare sono l’insonnia, gli incubi, i tic, l’eccesso di nervosismo e il rifiuto di andare a scuola. Inoltre possono manifestare mancanza di appetito, problemi gastrointestinali, dermatiti etc. Dall’altra, i bambini che si comportano da bulli, nonostante l’apparente fiducia in se stessi, hanno un livello di autostima basso e sebbene sembra che si piacciano, è dimostrato che solo le situazioni da cui possono ricavare un senso di superiorità o di controllo sugli altri, riescono a farli stare meglio, a placare la loro inquietudine. Nella maggior parte dei casi di bullismo, ci si concentra sul bambino che ha subito l’aggressione ma altrettanto importante è dedicarsi al “bullo” attraverso un lavoro di collaborazione tra la famiglia, la scuola e gli operatori del sociale (psicologi, assistenti sociali…), perché spesso dietro un atto di bullismo, ci sono messaggi, tra cui quello di richiesta di attenzione. I genitori vanno aiutati ad affrontare il problema. Spesso quando scoprono che un figlio fa il bullo, si preoccupano perché temono che non impari a stare bene con gli altri e vivono l’ansia di essere convocati a scuola in seguito ad un nuovo episodio di abuso. Non capiscono perché i figli si comportino male e si sentono in difficoltà per il loro insuccesso nel limitare il comportamento aggressivo dei figli. Questi genitori vanno aiutati a chiedere aiuto a persone specializzate sia per capire cosa c’è dietro il comportamento da bullo sia per imparare quali sono le strategie migliori da adottare per fronteggiare la situazione. Ci sono poi genitori che sottovalutano il problema, arrivando anche a giustificare il comportamento dei loro figli e questo atteggiamento non fa che peggiorare tutta la situazione a casa e a scuola. Dall’altra, come si deve comportare invece un genitore di un bambino vittima di bullismo?. Anche in questo caso i genitori vanno guidati, perché un atteggiamento iperprotettivo potrebbe essere nocivo e portare il bambino a sentirsi insicuro e debole ma anche un atteggiamento troppo duro portarlo a non sentirsi compreso e a sottovalutare la sua richiesta di aiuto.
Le situazioni vanno valutate caso per caso, con particolare attenzione al bambino che sia il bullo che sia la vittima, in relazione al contesto casa, scuola e al contesto socio-culturale.
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sabato 26 settembre 2009
“Litighiamo per ogni sciocchezza e poi da una lite arriviamo a farci la guerra”.
Molto spesso sento dire dalle coppie in terapia che non si fa altro che litigare, litigare, litigare, arrivando ad esplosioni di rabbia enorme da entrambe le parti; “non siamo mai arrivati a tanto, non mi riconosco più”.
Il più delle volte non è tanto quello che si dice a ferire ma il “come” vengono dette le cose.
Faccio un esempio. L’uomo che durante un litigio si sente sfidato dalla compagna, non fa altro che dimostrare di aver ragione e con questo finisce di essere affettuoso, diventando ostile. È ciò che porta a ferire la compagna.
Quando invece è la donna a sentirsi sfidata, ella adotta un atteggiamento verbale diffidente e improntato al rifiuto. È ciò che porta a ferire il compagno.
Quasi sempre non ci si accorge, perché troppo presi a farsi la guerra, di quanto tale comportamento porti a ferire sia l’uno che l’altro. Utile in terapia è registrare le sedute e poi far riascoltare alla coppia la cassetta. Riascoltandosi mostrano sorpresa nel sentire certe espressioni e toni e modi di parlare all’altro/a.
Durante un litigio l’uomo usa le armi del rimprovero, del giudizio e della critica, ha la tendenza ad urlare (e questo porta ad intimidire la compagna) e a dare libero sfogo alla rabbia. In questo modo la partner, intimidita, si ritira e si chiude in se stessa arrivando a perdere la fiducia nel compagno che a sua volta si ammutolisce e perde via via la capacità di provare interesse e amore per lei. La conclusione è che forse è meglio non parlare di certi argomenti altrimenti si arriva di nuovo alla lite. Apparentemente le cose per un po’ sembrano andare bene ma è solo una illusione, perché non si fa altro che tenersi tutto dentro e aspettare il pretesto per “rinfacciare”.
Di solito per dimenticare i sentimenti che fanno male e di cui è meglio non parlare, l’uomo si getta sul lavoro, sul cibo o cade in altre forme di dipendenza (ad esempio la dipendenza da gioco d’azzardo).
Dall’altra la donna si stampa un sorriso sul viso, mostrando a se stessa e agli altri la soddisfazione di stare bene. Con il tempo però, il suo risentimento cresce, continua a dare al compagno ma senza ricevere nulla di cui ha bisogno. Questo succede perché lei ha difficoltà a chiedere per se stessa, non riconoscendo i suoi bisogni!. Allora prenderà su di sé la colpa e la responsabilità di qualunque cosa stia turbando il partner, però senza andare mai a fondo al motivo dello stare male. Il loro principale obiettivo è quello di essere ammirate da tutti “sei veramente brava, se non fosse per te che pensi a tutto!”; ma così facendo rinunciano alla propria identità (le codipendenti).
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Il più delle volte non è tanto quello che si dice a ferire ma il “come” vengono dette le cose.
Faccio un esempio. L’uomo che durante un litigio si sente sfidato dalla compagna, non fa altro che dimostrare di aver ragione e con questo finisce di essere affettuoso, diventando ostile. È ciò che porta a ferire la compagna.
Quando invece è la donna a sentirsi sfidata, ella adotta un atteggiamento verbale diffidente e improntato al rifiuto. È ciò che porta a ferire il compagno.
Quasi sempre non ci si accorge, perché troppo presi a farsi la guerra, di quanto tale comportamento porti a ferire sia l’uno che l’altro. Utile in terapia è registrare le sedute e poi far riascoltare alla coppia la cassetta. Riascoltandosi mostrano sorpresa nel sentire certe espressioni e toni e modi di parlare all’altro/a.
Durante un litigio l’uomo usa le armi del rimprovero, del giudizio e della critica, ha la tendenza ad urlare (e questo porta ad intimidire la compagna) e a dare libero sfogo alla rabbia. In questo modo la partner, intimidita, si ritira e si chiude in se stessa arrivando a perdere la fiducia nel compagno che a sua volta si ammutolisce e perde via via la capacità di provare interesse e amore per lei. La conclusione è che forse è meglio non parlare di certi argomenti altrimenti si arriva di nuovo alla lite. Apparentemente le cose per un po’ sembrano andare bene ma è solo una illusione, perché non si fa altro che tenersi tutto dentro e aspettare il pretesto per “rinfacciare”.
Di solito per dimenticare i sentimenti che fanno male e di cui è meglio non parlare, l’uomo si getta sul lavoro, sul cibo o cade in altre forme di dipendenza (ad esempio la dipendenza da gioco d’azzardo).
Dall’altra la donna si stampa un sorriso sul viso, mostrando a se stessa e agli altri la soddisfazione di stare bene. Con il tempo però, il suo risentimento cresce, continua a dare al compagno ma senza ricevere nulla di cui ha bisogno. Questo succede perché lei ha difficoltà a chiedere per se stessa, non riconoscendo i suoi bisogni!. Allora prenderà su di sé la colpa e la responsabilità di qualunque cosa stia turbando il partner, però senza andare mai a fondo al motivo dello stare male. Il loro principale obiettivo è quello di essere ammirate da tutti “sei veramente brava, se non fosse per te che pensi a tutto!”; ma così facendo rinunciano alla propria identità (le codipendenti).
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Psicologia e Ipnosi Terapia
a Firenze e Roma
domenica 30 agosto 2009
“Non mi sento capita”…. “Non mi sento accettato”.
In una coppia gli uomini e le donne hanno bisogni emotivi diversi, è un bagaglio che ognuno porta con sè e, nel momento della scelta del proprio partner, lo/la sceglie in base alla “soddisfazione” di quei bisogni. Spesso però, ognuno pensa che l’altro abbia i suoi stessi desideri e i suoi stessi bisogni e questo da luogo a insoddisfazione e risentimenti. Faccio un esempio, a volte noi donne facciamo un sacco di domande al nostro partner e in questo modo esprimiamo interesse per lui e preoccupazione, pensiamo che facendolo parlare, dopo si sentirà meglio o che riusciremo a risolvere il suo problema (le solite “crocerossine”). Dall’altra il nostro partner non sente lo stesso bisogno della donna, perché il suo di bisogno è quello di essere lasciato in pace per un po’ di tempo, lui sente la necessità di pensare tra se e se e di conseguenza percepisce come invadente le tante domande che le fa la compagna; inoltre sente che la sua compagna lo ritiene incapace di prendere la decisione giusta e non si sente accettato. L’uomo ha bisogno di apprezzamento e incoraggiamento. Ancora un altro esempio che riguarda invece quanto le donne non si sentano capite dal proprio compagno. Quando una donna è turbata, il suo compagno pensa di aiutarla facendo osservazioni che minimizzano l’importanza dei suoi problemi e così la donna si sente dire “dai che non è poi così grave” oppure la ignora, pensando che lei ha bisogno di strare da sola. La donna invece vuole, desidera, essere “ascoltata” dal proprio partner senza essere giudicata, in questo modo si sente “capita” e sostenuta. Le donne hanno bisogno di essere rassicurate e comprese.
Quanto spesso in terapia sento dire da un uomo “lei cerca di correggere il mio comportamento e mi tratta come se fossi un bambino dicendomi che cosa devo e non devo fare”; e da una donna “lui non mi ascolta, minimizza l’importanza dei miei sentimenti, non mi sento compresa, mi sento sola”.
Questi momenti in terapia sono molto importanti, perché danno la possibilità ad ognuno di ascoltarsi con attenzione per la prima volta e di comprendere che, quello che sente uno o che desidera, non è identico a quello dell’altro; i bisogni tra un uomo e una donna sono diversi!.
Da quel momento in poi, sicuramente ci saranno “ricadute” nei vecchi comportamenti ma saranno sempre di meno, perché ora c’è la consapevolezza
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Psicologia e Ipnosi Terapia
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Quanto spesso in terapia sento dire da un uomo “lei cerca di correggere il mio comportamento e mi tratta come se fossi un bambino dicendomi che cosa devo e non devo fare”; e da una donna “lui non mi ascolta, minimizza l’importanza dei miei sentimenti, non mi sento compresa, mi sento sola”.
Questi momenti in terapia sono molto importanti, perché danno la possibilità ad ognuno di ascoltarsi con attenzione per la prima volta e di comprendere che, quello che sente uno o che desidera, non è identico a quello dell’altro; i bisogni tra un uomo e una donna sono diversi!.
Da quel momento in poi, sicuramente ci saranno “ricadute” nei vecchi comportamenti ma saranno sempre di meno, perché ora c’è la consapevolezza
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