Lo shopping compulsivo
Lo shopping è un’attività che tutti noi pratichiamo, spesso anche per concedersi un momento di autogratificazione. E’ normale chiedersi, a questo punto, quando tale comportamento arriva ad assumere caratteristiche patologiche. Black, professore di psichiatria alla Scuola di Medicina di Iowa, sostiene che lo shopping diventa problematico quando invalida la vita sociale, relazionale, il matrimonio ed il benessere finanziario del soggetto (Ethridge, 2002).
Una delle caratteristiche più importanti della sindrome da shopping è quella di comprendere diverse forme di disagio in un disturbo complesso, che è sempre stato difficile classificare nell’ambito dei disagi della mente.
Lo shopping compulsivo rappresenta, infatti, un disturbo che implica tre caratteristiche psicopatologiche distinte, presenti spesso contemporaneamente:
1. controllo deficitario dell’impulso
2. ideazione ossessiva
3. dipendenza da un’attività
L’esistenza di un deficit nel controllo è testimoniata dall’impulso a comprare vissuto in modo dirompente ed irresistibile. Questa incontrollabile spinta all’acquisto, presente negli shopper compulsivi, è stata definita “buying impulse" e viene descritta come una pervasiva tendenza distruttiva ed eccessiva, che crea un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto. Tale caratteristica rende questo comportamento per alcuni aspetti simile ad altre manifestazioni di scarso controllo dei propri istinti, come il gioco d’azzardo patologico e la cleptomania. La ripetitività dei comportamenti di acquisto e la ciclicità delle crisi hanno portato in risalto anche il carattere ossessivo del disturbo che sembra aumentare, come accade per altre problematiche di tipo ossessivo, in corrispondenza delle situazioni di stress. Ma la caratteristica che senza dubbio appare spesso più difficile da sradicare concerne la dipendenza dall’attività di acquisto che si instaura in questo tipo di comportamento e che ha portato a parlare anche di "addictive buying” ovvero di dipendenza dagli acquisti. In proposito in letteratura sono state descritte delle vere e proprie "crisi di astinenza" concomitanti alla sospensione temporanea dell’attività di acquisto.
Lo shopping compulsivo, in effetti, presenta molte caratteristiche simili alla dipendenza da sostanze: la tolleranza porta i soggetti ad incrementare progressivamente tempo e denaro speso negli acquisti, così come i tossicodipendenti devono aumentare la dose di assunzione della sostanza per ottenere gli effetti desiderati. Il craving, l’incapacità di controllare l’impulso a mettere in atto il comportamento è presente in entrambe le patologie, in particolare nella dipendenza dagli acquisti esso assume le caratteristiche della compulsione, intesa come alleviazione di un sentimento spiacevole. L’astinenza produce un grande malessere nello shopper compulsivo che, per qualche motivo, si trovi impossibilitato a fare acquisti.
McElroy (1994) è stata una delle prime autrici ad occuparsi dei criteri diagnostici dello shopping compulsivo e ha indicato i seguenti criteri per effettuare tale diagnosi:
A. La preoccupazione, l’impulso o il comportamento del comprare non adattivi come indicato da uno dei seguenti elementi:
1. frequente preoccupazione o impulso a comprare, esperiti come irresistibili, intrusivi o insensati;
2. comprare frequentemente al di sopra delle proprie possibilità, spesso oggetti inutili (o di cui non si ha bisogno), per un periodo di tempo più lungo di quello stabilito.
B. La preoccupazione, l’impulso o l’atto del comprare causano stress marcato, fanno consumare tempo, interferiscono significativamente con il funzionamento sociale e lavorativo o determinano problemi finanziari (indebitamento o bancarotta).
C. Il comprare in maniera eccessiva non si presenta esclusivamente durante i periodi di mania o ipomania.
La prevalenza di questo disturbo viene stimata all’80% nel sesso femminile, specialmente di giovane età. Prima del comportamento compulsivo è frequente la presenza di stati d’ira, frustrazione, tristezza e solitudine che vengono sostituiti da una sensazione di onnipotenza, euforia e persino eccitazione sessuale durante l’acquisto. Dopo di esso si avverte un forte calo di tensione e una sensazione di forte gratificazione, anche se di breve durata in quanto repentinamente sopraggiungono profondi sensi di colpa e l’intensa vergogna per il proprio comportamento che provocano profonde sofferenze e notevoli danni all’autostima.
Per quanto riguarda la tipologia dei prodotti prediletti dai “compulsive shoppers” le donne sembrano più predisposte all’acquisto di oggetti che aumentino e migliorino il loro aspetto fisico e, quindi, il loro potere seduttivo quali: scarpe, vestiti, borse, profumi e gioielli. Come si può notare gli oggetti summenzionati sono tutti strumenti che rientrano nell’immaginario collettivo di bellezza o cura dell’aspetto. Questo dato è di fondamentale importanza perché fornisce indicazioni molto utili sulle cause ipotetiche dello shopping compulsivo. Una delle cause riscontrate da tutti gli autori che hanno trattato lo shopping compulsivo è il basso livello di autostima che queste persone cercano di colmare fagocitando oggetti come per riempire il vuoto esperito. L’attrazione per questo genere di articoli da parte delle donne può essere correlato al tentativo di migliorare il proprio livello di autostima attraverso un miglioramento della propria immagine ma, chiaramente, le cause sottostanti la dipendenza da shopping hanno radici più profonde che esulano dal semplice aspetto esteriore. Per esemplificare questo concetto riportiamo un caso clinico.
Gli uomini, invece, prediligono simboli di potere e prestigio, come telefonini, computer, attrezzi sportivi, etc. Gli oggetti acquistati sono in ogni caso inutili e spesso vengono regalati o buttati via, o addirittura nascosti in un angolo della casa, lontano dalla vista del soggetto e soprattutto dei familiari, che in genere sono all’oscuro del problema. Anche nel caso degli uomini affetti da dipendenza da shopping uno dei problemi e delle cause più frequenti risiede nel basso livello di autostima riferito dai soggetti ma, come si nota dalla tipologia di oggetti diversa, rispetto a quella delle donne, il tentativo di apparire migliori ai propri e altrui occhi sfocia nell’acquisto di status simbol che rappresentino il potere e il progresso.
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domenica 7 ottobre 2007
martedì 4 settembre 2007
Il Gioco d'Azzardo Patologico
Il Gioco d’Azzardo Patologico
Il DSM già dal 1980 riconosce il gambling compulsivo come patologia psichiatrica, includendolo nella categoria dei “disturbi del controllo degli impulsi non classificati altrove”. Questi che seguono sono i criteri diagnostici revisionati nell’edizione IV del DSM del 1996:
Persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattivo, come indicato da cinque (o più) dei seguenti:
1. è eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per es., è eccessivamente assorbito
nel rivivere esperienze passate di gioco d’azzardo,nel soppesare o programmare la
successiva avventura,o nel pensare ai modi per procurarsi denaro con cui giocare)
a. ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata
b. ha ripetutamente tentato senza successo di controllare,ridurre,o interrompere il gioco d’azzardo
c. È irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo
d. gioca d’azzardo per sfuggire i problemi o per alleviare un umore disforico (per es. sentimenti di onnipotenza,colpa,ansia,depressione)
e. dopo aver perso al gioco,spesso torna un altro giorno per giocare ancora (rincorrendo le proprie perdite)
f. mente ai membri della propria famiglia ,al terapeuta, o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo
g. ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa,il lavoro oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo
h. fa affidamento su altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo
i. il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un Episodio
Maniacale.
La carriera del giocatore
Custer ha condotto delle ricerche sul tema e avvalendosi del contributo dei G.A. ha messo a punto uno schema estremamente esemplificativo in cui si sottolinea la progressività della dipendenza dal gioco; vi è un processo costituito da tre fasi discendenti che culminano nella fase della perdita della speranza, e da tre fasi ascendenti che riguardano la riabilitazione terapeutica :
A)Fase vincente:
1) gioco occasionale. Si gioca soprattutto per divertirsi e passare il tempo;
2) vincite frequenti;
3) eccitazione legata al gioco;
4) gioco sempre più frequente;
5) aumenta l’ammontare delle scommesse;
6) avviene una grossa vincita.
B) Fase perdente :
1) gioco solitario;
2) episodi di perdite solitarie;
3) pensieri costanti relativi al gioco;
4) vi sono le prime coperture e menzogne;
5) non si riesce a smettere di giocare;
6) il giocatore diventa irritabile, agitato e si chiude in se stesso;
7) la vita familiare è infelice;
8) richiesta di forti prestiti
9) incapacità di risarcire i debiti contratti.
C) Fase della disperazione :
1) marcato aumento di tempo e denaro dedicati al gioco;
2) alienazione dalla famiglia e dagli amici;
3) panico;
4) azioni illegali.
D) Perdita della speranza (fase cruciale)
1) pensieri e tentativi di suicidio;
2) arresto;
3) divorzio;
4) alcool;
5) crollo emotivo;
6) sintomi di ritiro.
E) La fase critica
1) sincero desiderio di aiuto;
2) speranza;
3) interruzione del gioco;
4) si prendono decisioni;
5) si chiariscono le idee;
6) ripresa dell’attività lavorativa;
7) soluzione dei problemi;
8) programmi di risarcimento.
F) Fase della ricostruzione :
1) migliorano i rapporti familiari;
2) si sviluppano delle mete;
3) viene trascorso più tempo con la famiglia;
4) si impara ad avere più pazienza;
5) si sviluppa una maggiore rilassatezza.
G) Fase della crescita
1) diminuzione della preoccupazione legata al gioco;
2) comprensione per gli altri;
3) dare affetto agli altri;
4) introspezione.
Il trattamento di giocatori d’azzardo patologici
Le tecniche utilizzate nella terapia del gioco d’azzardo coinvolgono la psico-educazione, le terapie individuali, di gruppo e familiari. Molta attenzione va posta, soprattutto all’inizio del programma, al superare il diniego del paziente e allo sviluppo della motivazione all’astinenza.
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Il DSM già dal 1980 riconosce il gambling compulsivo come patologia psichiatrica, includendolo nella categoria dei “disturbi del controllo degli impulsi non classificati altrove”. Questi che seguono sono i criteri diagnostici revisionati nell’edizione IV del DSM del 1996:
Persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattivo, come indicato da cinque (o più) dei seguenti:
1. è eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per es., è eccessivamente assorbito
nel rivivere esperienze passate di gioco d’azzardo,nel soppesare o programmare la
successiva avventura,o nel pensare ai modi per procurarsi denaro con cui giocare)
a. ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata
b. ha ripetutamente tentato senza successo di controllare,ridurre,o interrompere il gioco d’azzardo
c. È irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo
d. gioca d’azzardo per sfuggire i problemi o per alleviare un umore disforico (per es. sentimenti di onnipotenza,colpa,ansia,depressione)
e. dopo aver perso al gioco,spesso torna un altro giorno per giocare ancora (rincorrendo le proprie perdite)
f. mente ai membri della propria famiglia ,al terapeuta, o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo
g. ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa,il lavoro oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo
h. fa affidamento su altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo
i. il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un Episodio
Maniacale.
La carriera del giocatore
Custer ha condotto delle ricerche sul tema e avvalendosi del contributo dei G.A. ha messo a punto uno schema estremamente esemplificativo in cui si sottolinea la progressività della dipendenza dal gioco; vi è un processo costituito da tre fasi discendenti che culminano nella fase della perdita della speranza, e da tre fasi ascendenti che riguardano la riabilitazione terapeutica :
A)Fase vincente:
1) gioco occasionale. Si gioca soprattutto per divertirsi e passare il tempo;
2) vincite frequenti;
3) eccitazione legata al gioco;
4) gioco sempre più frequente;
5) aumenta l’ammontare delle scommesse;
6) avviene una grossa vincita.
B) Fase perdente :
1) gioco solitario;
2) episodi di perdite solitarie;
3) pensieri costanti relativi al gioco;
4) vi sono le prime coperture e menzogne;
5) non si riesce a smettere di giocare;
6) il giocatore diventa irritabile, agitato e si chiude in se stesso;
7) la vita familiare è infelice;
8) richiesta di forti prestiti
9) incapacità di risarcire i debiti contratti.
C) Fase della disperazione :
1) marcato aumento di tempo e denaro dedicati al gioco;
2) alienazione dalla famiglia e dagli amici;
3) panico;
4) azioni illegali.
D) Perdita della speranza (fase cruciale)
1) pensieri e tentativi di suicidio;
2) arresto;
3) divorzio;
4) alcool;
5) crollo emotivo;
6) sintomi di ritiro.
E) La fase critica
1) sincero desiderio di aiuto;
2) speranza;
3) interruzione del gioco;
4) si prendono decisioni;
5) si chiariscono le idee;
6) ripresa dell’attività lavorativa;
7) soluzione dei problemi;
8) programmi di risarcimento.
F) Fase della ricostruzione :
1) migliorano i rapporti familiari;
2) si sviluppano delle mete;
3) viene trascorso più tempo con la famiglia;
4) si impara ad avere più pazienza;
5) si sviluppa una maggiore rilassatezza.
G) Fase della crescita
1) diminuzione della preoccupazione legata al gioco;
2) comprensione per gli altri;
3) dare affetto agli altri;
4) introspezione.
Il trattamento di giocatori d’azzardo patologici
Le tecniche utilizzate nella terapia del gioco d’azzardo coinvolgono la psico-educazione, le terapie individuali, di gruppo e familiari. Molta attenzione va posta, soprattutto all’inizio del programma, al superare il diniego del paziente e allo sviluppo della motivazione all’astinenza.
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giovedì 26 luglio 2007
gioco d'azzardo e famiglia
GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO E FAMIGLIA
Definizione del gioco d’azzardo
Il gioco d’azzardo è caratterizzato da tre criteri:
1. La presenza di un montepremi in denaro o un altro oggetto di valore
2. L’irreversibilità di tale messa in palio
3. Il risultato del gioco è dovuto principalmente al caso
Secondo il manuale DSM-IV il gioco d’azzardo patologico è caratterizzato da un comportamento ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari e lavorative del soggetto. Il gioco d’azzardo patologico è una vera e propria “dipendenza”, come la dipendenza da sostanze quali la droga, l’alcol. È una vera e propria “malattia” che va curata.
Gioco e famiglia
Il gioco è il sintomo, il giocatore è il paziente “designato”di una disfunzione nel sistema. Il sintomo ha un significato ambivalente, da un lato manovra per mettere in discussione le regole del sistema familiare, dall’altro può fungere da elemento stabilizzante dell’omeostasi sistemica (equilibrio famigliare).
In alcuni casi avviene che il sintomo diventa il “prezzo” che il sistema è disposto a pagare pur di mantenere immodificate le proprie regole e conservare la rigidità della propria omeostasi.
Il paziente “designato”è il portatore del sintomo, ma in realtà è tutto il sistema famiglia ad essere ammalato.
Il gioco patologico di un membro è un sintomo di qualche cosa che non funziona a livello di comunicazioni e relazioni nel sistema famiglia.
Pur costituendo il gioco patologico di un membro della famiglia un problema grave, la famiglia attraversa le fasi che la portano ad un equilibrio attorno al gioco patologico e dopo aver attraversato un periodo di disorientamento giunge a riorganizzarsi attorno al sintomo.
LE FASI DELLA RIORGANIZZAZIONE
Negoziazione più o meno solidale del problema
Tentativi di eliminare il problema
Famiglia disorganizzata, i membri non sanno come affrontare il problema del gioco
Esclusione del giocatore quale “capro espiatorio”
Nuovo assetto organizzativo della famiglia sotto la conduzione dei membri non giocatori
In questo momento il sistema famiglia si è organizzato, si dà nuove regole e stabilisce nuove relazioni attorno al “gioco patologico”. Difficilmente i membri non giocatori saranno disposti al cambiamento, nemmeno di fronte alla riconquista della sobrietà.
Anche qualora il membro giocatore decidesse di curarsi, e di fatto mantiene l’astinenza, non è detto che da quel momento le cose cambino in meglio.
Allora cosa accade a questo punto?
Se il sistema famiglia ha stabilito con il giocatore patologico regole molto rigide, non è disposto al cambiamento e mantiene la sua omeostasi a tutti i costi.
L’astinenza dal gioco non vuol dire risanamento familiare a tutti i costi, in molti casi coincide con un peggioramento in quanto può smascherare dei problemi più profondi non legati al gioco (problemi di coppia, di ruoli e funzioni etc.).
Per potersi rinnovare la famiglia deve imparare nuovamente a organizzarsi con l’astinenza, dato che è un sistema dinamico ed aperto, può trovare un nuovo equilibrio “un nuovo modo di stare insieme” senza il gioco patologico.
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Definizione del gioco d’azzardo
Il gioco d’azzardo è caratterizzato da tre criteri:
1. La presenza di un montepremi in denaro o un altro oggetto di valore
2. L’irreversibilità di tale messa in palio
3. Il risultato del gioco è dovuto principalmente al caso
Secondo il manuale DSM-IV il gioco d’azzardo patologico è caratterizzato da un comportamento ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari e lavorative del soggetto. Il gioco d’azzardo patologico è una vera e propria “dipendenza”, come la dipendenza da sostanze quali la droga, l’alcol. È una vera e propria “malattia” che va curata.
Gioco e famiglia
Il gioco è il sintomo, il giocatore è il paziente “designato”di una disfunzione nel sistema. Il sintomo ha un significato ambivalente, da un lato manovra per mettere in discussione le regole del sistema familiare, dall’altro può fungere da elemento stabilizzante dell’omeostasi sistemica (equilibrio famigliare).
In alcuni casi avviene che il sintomo diventa il “prezzo” che il sistema è disposto a pagare pur di mantenere immodificate le proprie regole e conservare la rigidità della propria omeostasi.
Il paziente “designato”è il portatore del sintomo, ma in realtà è tutto il sistema famiglia ad essere ammalato.
Il gioco patologico di un membro è un sintomo di qualche cosa che non funziona a livello di comunicazioni e relazioni nel sistema famiglia.
Pur costituendo il gioco patologico di un membro della famiglia un problema grave, la famiglia attraversa le fasi che la portano ad un equilibrio attorno al gioco patologico e dopo aver attraversato un periodo di disorientamento giunge a riorganizzarsi attorno al sintomo.
LE FASI DELLA RIORGANIZZAZIONE
Negoziazione più o meno solidale del problema
Tentativi di eliminare il problema
Famiglia disorganizzata, i membri non sanno come affrontare il problema del gioco
Esclusione del giocatore quale “capro espiatorio”
Nuovo assetto organizzativo della famiglia sotto la conduzione dei membri non giocatori
In questo momento il sistema famiglia si è organizzato, si dà nuove regole e stabilisce nuove relazioni attorno al “gioco patologico”. Difficilmente i membri non giocatori saranno disposti al cambiamento, nemmeno di fronte alla riconquista della sobrietà.
Anche qualora il membro giocatore decidesse di curarsi, e di fatto mantiene l’astinenza, non è detto che da quel momento le cose cambino in meglio.
Allora cosa accade a questo punto?
Se il sistema famiglia ha stabilito con il giocatore patologico regole molto rigide, non è disposto al cambiamento e mantiene la sua omeostasi a tutti i costi.
L’astinenza dal gioco non vuol dire risanamento familiare a tutti i costi, in molti casi coincide con un peggioramento in quanto può smascherare dei problemi più profondi non legati al gioco (problemi di coppia, di ruoli e funzioni etc.).
Per potersi rinnovare la famiglia deve imparare nuovamente a organizzarsi con l’astinenza, dato che è un sistema dinamico ed aperto, può trovare un nuovo equilibrio “un nuovo modo di stare insieme” senza il gioco patologico.
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mercoledì 18 luglio 2007
La struttura della famiglia
La struttura della famiglia: modelli transazionali, sottosistemi, confini
La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono. Una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali che regolano il comportamento dei membri di una famiglia. Esempio di modello è quando una madre dice al figlio di mangiare la pasta e lui obbedisce, questa interazione definisce chi è lei rispetto a lui e viceversa, in quello specifico momento e contesto. Operazioni ripetute costituiscono un modello transazionale.
La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano (ad esempio durante le fasi del ciclo vitale in cui viene richiesto alla famiglia di adattarsi al cambiamento richiesto dalla fase stessa). La sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficiente di modelli, dalla disponibilità di modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando è necessario. La famiglia entra in “crisi” quando i modelli transazionali non mostrano una “flessibilità” tale da adeguarsi alla situazione nuova che la famiglia si trova ad affrontare.
Il sistema familiare differenzia e svolge le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia. Ogni individuo appartiene a diversi sottosistemi, in cui ha diversi gradi di potere e capacità differenziate.
I confini di un sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come.
Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere “chiari” e sufficientemente “flessibili”, in modo da permettere l’assestamento quando le situazioni interne ed esterne alla famiglia cambiano.
Famiglie disimpegnate: quando i confini sono eccessivamente rigidi tanto da compromettere la comunicazione tra i sottosistemi;
famiglie con confini chiari;
Famiglie invischiate: quando la distanza diminuisce e i confini si confondono; la differenziazione del sistema familiare si indebolisce.
Nel funzionamento dei confini questi due estremi sono appunto chiamati, invischiamento e disimpegno ed ogni famiglia può essere collocata lungo un continuum che sta tra i due poli rappresentati rispettivamente tra i due estremi: confini diffusi o eccessivamente rigidi.
Un esempio: il sottosistema madre-figli può tendere verso l’invischiamento e il padre può prendere una posizione disimpegnata riguardo ad essi, diventando così una figura periferica.. Tale situazione può avere conseguenze negative sull’autonomia dei figli, sul loro svincolo dalla famiglia d’origine, con il possibile sviluppo del “sintomo”.
Compito del terapeuta della famiglia sarà quello di fungere da costruttore di confini, chiarificando i confini invischiati e sciogliendo quelli eccessivamente rigidi. La sua valutazione dei sottosistemi familiari e dell’appropriato funzionamento dei confini, fornisce un quadro diagnostico della famiglia e serve ad orientare i suoi interventi terapeutici.
Riferimento bibliografico
Minuchin S., Famiglie e Terapia della Famiglia, Astrolabio1976, Roma.
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La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono. Una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali che regolano il comportamento dei membri di una famiglia. Esempio di modello è quando una madre dice al figlio di mangiare la pasta e lui obbedisce, questa interazione definisce chi è lei rispetto a lui e viceversa, in quello specifico momento e contesto. Operazioni ripetute costituiscono un modello transazionale.
La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano (ad esempio durante le fasi del ciclo vitale in cui viene richiesto alla famiglia di adattarsi al cambiamento richiesto dalla fase stessa). La sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficiente di modelli, dalla disponibilità di modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando è necessario. La famiglia entra in “crisi” quando i modelli transazionali non mostrano una “flessibilità” tale da adeguarsi alla situazione nuova che la famiglia si trova ad affrontare.
Il sistema familiare differenzia e svolge le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia. Ogni individuo appartiene a diversi sottosistemi, in cui ha diversi gradi di potere e capacità differenziate.
I confini di un sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come.
Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere “chiari” e sufficientemente “flessibili”, in modo da permettere l’assestamento quando le situazioni interne ed esterne alla famiglia cambiano.
Famiglie disimpegnate: quando i confini sono eccessivamente rigidi tanto da compromettere la comunicazione tra i sottosistemi;
famiglie con confini chiari;
Famiglie invischiate: quando la distanza diminuisce e i confini si confondono; la differenziazione del sistema familiare si indebolisce.
Nel funzionamento dei confini questi due estremi sono appunto chiamati, invischiamento e disimpegno ed ogni famiglia può essere collocata lungo un continuum che sta tra i due poli rappresentati rispettivamente tra i due estremi: confini diffusi o eccessivamente rigidi.
Un esempio: il sottosistema madre-figli può tendere verso l’invischiamento e il padre può prendere una posizione disimpegnata riguardo ad essi, diventando così una figura periferica.. Tale situazione può avere conseguenze negative sull’autonomia dei figli, sul loro svincolo dalla famiglia d’origine, con il possibile sviluppo del “sintomo”.
Compito del terapeuta della famiglia sarà quello di fungere da costruttore di confini, chiarificando i confini invischiati e sciogliendo quelli eccessivamente rigidi. La sua valutazione dei sottosistemi familiari e dell’appropriato funzionamento dei confini, fornisce un quadro diagnostico della famiglia e serve ad orientare i suoi interventi terapeutici.
Riferimento bibliografico
Minuchin S., Famiglie e Terapia della Famiglia, Astrolabio1976, Roma.
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venerdì 6 luglio 2007
Sessualità e Intimità nella coppia
Sessualità e Intimità di coppia
La sessualità
Nella relazione sessuale vanno considerati due termini: assenso e consenso.
Assenso nei termini di un’approvazione liberamente espressa o apertamente concessa;
Consenso che implica una conformità di intenti, di voleri; dal latino consensum derivato di consentire, sentire insieme.
Perché si giunga ad una relazione sessuale è necessario che i due partner maturino almeno due convinzioni: a) che esso possieda le caratteristiche ritenute necessarie alla realizzazione del proprio obiettivo, sia essa un’avventura occasionale, una relazione più stabile o la realizzazione delle mitiche aspettative fusive nel matrimonio; b) che sia pronto a mettere a disposizione le sue desiderate differenze.
Uno degli aspetti fondamentali nel rapporto intimo tra due persone è la fiducia, quell’atteggiamento cioè per il quale si vive un senso di affidamento e di sicurezza, che origina dalla speranza o dalla stima fondata su qualcuno. Non è un caso che per indicare la capacità di vivere un’esperienza sessuale, si possa usare il termine abbandonarsi.
Ma che cosa significa “di te mi fido?”.
La fiducia è la certezza di non essere traditi. Fidarsi, affidarsi e confidarsi provengono dalla stessa natura, quasi a significare che c’è una comunicazione confidenziale solo quando si sperimenta un’atmosfera di rispetto e di sicurezza. Per un rapporto di intimità e confidenza è necessario che la persona possa permettersi di essere se stessa, senza indossare maschere, senza recitare parti, senza dovere necessariamente soddisfare le aspettative altrui.
Ma siamo disposti a correre il rischio della vulnerabilità?.
La fiducia è un atteggiamento orientato al futuro: si fonda sull’aspettativa che l’altro metterà a mia disposizione la sua desiderata differenza, senza riserve e senza condizioni, capaci di indurmi frustrazione e sofferenza. In una relazione questo atteggiamento di fiducia non rimane circoscritto all’area sessuale: ciascuno dei due partner tende a cogliere nell’altro, ciò che più corrisponde alle sue attese e ad escludere quello che non si accorda con esse.
Un latro aspetto importante della sessualità è il gioco di potere.
Ad esempio, manifestare il desiderio significa mostrare la propria dipendenza dall’altro, significa riconoscere all’altro un potere su di noi; ma quanto siamo disposti ad accettare di lasciarci andare al potere dell’altro? Molto spesso dietro alle accuse sessuali, emerge il conflitto di potere che ha inquinato l’area sessuale: chi ha il diritto di dire quando e come si fa l’amore?. Ed è così che la lotta di potere può investire la sessualità determinando disfunzioni anche gravi tra la coppia.
Un altro esempio: una componente importante del piacere nella relazione sessuale è la constatazione del piacere che si procura all’altro. In questa circostanza sia ha la percezione che il piacere dell’altro costituisce una retroazione che aumenta il proprio coinvolgimento ed il proprio piacere personale ed inoltre si percepisce il potere che si ha sull’altro, dalla capacità che si ha di sconvolgerlo.
Se la relazione di coppia tende a divenire una relazione di potere, le sue caratteristiche fondamentali, reciprocità e pari titolarità, risultano minate.
Sessualità e intimità
Il sesso può fornire un linguaggio molto chiaro all’interno del quale possono trovare posto molti altri aspetti della vita della coppia, come il piacere, l’eccitazione, la paura,il potere sull’altro, l’essere usati dall’altro, la giocosità, l’avventura, l’intimità, la libertà, il legame……
Quando è che si parla di intimità di coppia:
1. non significa sentire allo stesso modo ma significa poter potenziare e dispiegare le proprie capacità individuali per arricchire la relazione di due differenti sensibilità (in altre parole, intimità e condivisione sono raggiungibili accettando e rispettando se stessi e l’unicità dell’altro);
2. lasciare che l’altro ci veda per quello che siamo, evitando di cadere nella tentazione di voler sempre apparire adeguati o perfetti e sopportando di sentirci vulnerabili ed esposti alla possibilità di un rifiuto;
3. capacità di condividere i dolori e il timore di essere feriti;
4. tollerare che quanto più un legame è stretto, tanto più alta è la possibilità di ferire ed essere feriti;
5. è importante la libera espressione dei sentimenti
Quello che ostacola l’intimità di una coppia è: la paura di dipendere dall’altro, il bisogno di indipendenza e il timore di esprimere i sentimenti o la propria debolezza. In questa situazione il soggetto non si riesce ad “abbandonarsi” all’altro e questo crea isolamento nella coppia.
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La sessualità
Nella relazione sessuale vanno considerati due termini: assenso e consenso.
Assenso nei termini di un’approvazione liberamente espressa o apertamente concessa;
Consenso che implica una conformità di intenti, di voleri; dal latino consensum derivato di consentire, sentire insieme.
Perché si giunga ad una relazione sessuale è necessario che i due partner maturino almeno due convinzioni: a) che esso possieda le caratteristiche ritenute necessarie alla realizzazione del proprio obiettivo, sia essa un’avventura occasionale, una relazione più stabile o la realizzazione delle mitiche aspettative fusive nel matrimonio; b) che sia pronto a mettere a disposizione le sue desiderate differenze.
Uno degli aspetti fondamentali nel rapporto intimo tra due persone è la fiducia, quell’atteggiamento cioè per il quale si vive un senso di affidamento e di sicurezza, che origina dalla speranza o dalla stima fondata su qualcuno. Non è un caso che per indicare la capacità di vivere un’esperienza sessuale, si possa usare il termine abbandonarsi.
Ma che cosa significa “di te mi fido?”.
La fiducia è la certezza di non essere traditi. Fidarsi, affidarsi e confidarsi provengono dalla stessa natura, quasi a significare che c’è una comunicazione confidenziale solo quando si sperimenta un’atmosfera di rispetto e di sicurezza. Per un rapporto di intimità e confidenza è necessario che la persona possa permettersi di essere se stessa, senza indossare maschere, senza recitare parti, senza dovere necessariamente soddisfare le aspettative altrui.
Ma siamo disposti a correre il rischio della vulnerabilità?.
La fiducia è un atteggiamento orientato al futuro: si fonda sull’aspettativa che l’altro metterà a mia disposizione la sua desiderata differenza, senza riserve e senza condizioni, capaci di indurmi frustrazione e sofferenza. In una relazione questo atteggiamento di fiducia non rimane circoscritto all’area sessuale: ciascuno dei due partner tende a cogliere nell’altro, ciò che più corrisponde alle sue attese e ad escludere quello che non si accorda con esse.
Un latro aspetto importante della sessualità è il gioco di potere.
Ad esempio, manifestare il desiderio significa mostrare la propria dipendenza dall’altro, significa riconoscere all’altro un potere su di noi; ma quanto siamo disposti ad accettare di lasciarci andare al potere dell’altro? Molto spesso dietro alle accuse sessuali, emerge il conflitto di potere che ha inquinato l’area sessuale: chi ha il diritto di dire quando e come si fa l’amore?. Ed è così che la lotta di potere può investire la sessualità determinando disfunzioni anche gravi tra la coppia.
Un altro esempio: una componente importante del piacere nella relazione sessuale è la constatazione del piacere che si procura all’altro. In questa circostanza sia ha la percezione che il piacere dell’altro costituisce una retroazione che aumenta il proprio coinvolgimento ed il proprio piacere personale ed inoltre si percepisce il potere che si ha sull’altro, dalla capacità che si ha di sconvolgerlo.
Se la relazione di coppia tende a divenire una relazione di potere, le sue caratteristiche fondamentali, reciprocità e pari titolarità, risultano minate.
Sessualità e intimità
Il sesso può fornire un linguaggio molto chiaro all’interno del quale possono trovare posto molti altri aspetti della vita della coppia, come il piacere, l’eccitazione, la paura,il potere sull’altro, l’essere usati dall’altro, la giocosità, l’avventura, l’intimità, la libertà, il legame……
Quando è che si parla di intimità di coppia:
1. non significa sentire allo stesso modo ma significa poter potenziare e dispiegare le proprie capacità individuali per arricchire la relazione di due differenti sensibilità (in altre parole, intimità e condivisione sono raggiungibili accettando e rispettando se stessi e l’unicità dell’altro);
2. lasciare che l’altro ci veda per quello che siamo, evitando di cadere nella tentazione di voler sempre apparire adeguati o perfetti e sopportando di sentirci vulnerabili ed esposti alla possibilità di un rifiuto;
3. capacità di condividere i dolori e il timore di essere feriti;
4. tollerare che quanto più un legame è stretto, tanto più alta è la possibilità di ferire ed essere feriti;
5. è importante la libera espressione dei sentimenti
Quello che ostacola l’intimità di una coppia è: la paura di dipendere dall’altro, il bisogno di indipendenza e il timore di esprimere i sentimenti o la propria debolezza. In questa situazione il soggetto non si riesce ad “abbandonarsi” all’altro e questo crea isolamento nella coppia.
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Psicologia e Ipnosi Terapia
a Firenze e Roma
domenica 24 giugno 2007
La famiglia d'origine in terapia
La famiglia d’origine in terapia
Perché volgersi alla famiglia d’origine? È un’occasione per cercare e ri-trovare noi stessi.
Riguardare alla famiglia d’origine come matrice costitutiva dell’identità personale e come risorsa per affrontare i problemi relazionali attuali.
Un viaggio alle origini che porta il futuro terapeuta a fare i conti con la storia intergenerazionale, con i tagli emotivi, con le lealtà visibili e invisibili, con i miti familiari e individuali, con i capi espiatori, con gli scambi di doni e debiti tra le generazioni.
Nella famiglia di origine apprendiamo il nostro modello di famiglia: cosa significa essere figlio, fratello, cosa significa essere madre o padre e poi essere coniuge o genitore; apprendiamo il modo di porci in relazione con l’esterno; viviamo l’appartenenza e sperimentiamo la separazione; ed infine è nella famiglia di origine che si costruisce il nostro modello emozionale.
Tutto ciò porta alla costruzione della propria identità.
Il viaggio nella nostra famiglia è un’opportunità da non lasciarsi scappare.
È sicuramente un viaggio doloroso, difficile e pieno di ansia ma è un viaggio che ti permette di “rileggere” qualcosa che tu pensavi fosse in quel modo o qualcosa che tu non riuscivi a vedere bene.
Nel momento in cui si rappresentata la propria storia familiare, inizia il viaggio verso la “consapevolezza”.
È attraverso un lavoro attivo di recupero della storia, di studio dei miti e dei processi evolutivi della famiglia che si possono ricostruire e connettere modelli relazionali del passato con quelli attuali, per poter identificare le “risorse disponibili” che scaturiscono dal riconoscimento di valori trasmessi alle nuove generazioni.
Tale lavoro permette inoltre il riconoscimento e l’accettazione dei limiti e delle carenze originarie, in modo che i vuoti di prima possono essere riempiti con i pieni della vita e dei passaggi di sviluppo, anziché irrigidirsi e tramutarsi in buchi di conoscenza ed in aree di vulnerabilità affettiva.
Riferimenti bibliografici
Andolfi M., 1977, La terapia con la famiglia. Astrolabio. Roma.
Andolfi M., 1988, La famiglia trigenerazionale, Bulzoni , Roma.
Andolfi M., Angelo C., 1987, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.
Andolfi M., Cigoli V., 2003, La famiglia d’origine. Angeli, Milano.
Boszormenyi-Nagy I.,Spark Geraldine M.,1988, Lealtà Invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio, Roma.
Byng-Hall J., 1998, Le trame della famiglia. Cortina Editore. Milano.
Framo James L., 1996, Terapia intergenerazionale. Un modello di lavoro con la famiglia d’origine. Cortina Editore. Milano.
Minuchin S., 1976, Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio. Roma.
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Perché volgersi alla famiglia d’origine? È un’occasione per cercare e ri-trovare noi stessi.
Riguardare alla famiglia d’origine come matrice costitutiva dell’identità personale e come risorsa per affrontare i problemi relazionali attuali.
Un viaggio alle origini che porta il futuro terapeuta a fare i conti con la storia intergenerazionale, con i tagli emotivi, con le lealtà visibili e invisibili, con i miti familiari e individuali, con i capi espiatori, con gli scambi di doni e debiti tra le generazioni.
Nella famiglia di origine apprendiamo il nostro modello di famiglia: cosa significa essere figlio, fratello, cosa significa essere madre o padre e poi essere coniuge o genitore; apprendiamo il modo di porci in relazione con l’esterno; viviamo l’appartenenza e sperimentiamo la separazione; ed infine è nella famiglia di origine che si costruisce il nostro modello emozionale.
Tutto ciò porta alla costruzione della propria identità.
Il viaggio nella nostra famiglia è un’opportunità da non lasciarsi scappare.
È sicuramente un viaggio doloroso, difficile e pieno di ansia ma è un viaggio che ti permette di “rileggere” qualcosa che tu pensavi fosse in quel modo o qualcosa che tu non riuscivi a vedere bene.
Nel momento in cui si rappresentata la propria storia familiare, inizia il viaggio verso la “consapevolezza”.
È attraverso un lavoro attivo di recupero della storia, di studio dei miti e dei processi evolutivi della famiglia che si possono ricostruire e connettere modelli relazionali del passato con quelli attuali, per poter identificare le “risorse disponibili” che scaturiscono dal riconoscimento di valori trasmessi alle nuove generazioni.
Tale lavoro permette inoltre il riconoscimento e l’accettazione dei limiti e delle carenze originarie, in modo che i vuoti di prima possono essere riempiti con i pieni della vita e dei passaggi di sviluppo, anziché irrigidirsi e tramutarsi in buchi di conoscenza ed in aree di vulnerabilità affettiva.
Riferimenti bibliografici
Andolfi M., 1977, La terapia con la famiglia. Astrolabio. Roma.
Andolfi M., 1988, La famiglia trigenerazionale, Bulzoni , Roma.
Andolfi M., Angelo C., 1987, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.
Andolfi M., Cigoli V., 2003, La famiglia d’origine. Angeli, Milano.
Boszormenyi-Nagy I.,Spark Geraldine M.,1988, Lealtà Invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio, Roma.
Byng-Hall J., 1998, Le trame della famiglia. Cortina Editore. Milano.
Framo James L., 1996, Terapia intergenerazionale. Un modello di lavoro con la famiglia d’origine. Cortina Editore. Milano.
Minuchin S., 1976, Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio. Roma.
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sabato 16 giugno 2007
La Famiglia dell'Anoressica
L’anoressia è un disturbo tipico dell’adolescenza. L’adolescenza è una fase del ciclo vitale denominata “fase del trampolino” (Walsh,993) o fase dello “svincolo” (Haley,983) in cui sia l’adolescente che i membri della sua famiglia sperimentano una nuova organizzazione di ruoli e di funzioni che caratterizzano una nuova identità del “familiare” e dell’”individuale”.
L’adolescenza è un periodo di transizione, un periodo delicato in cui si può assistere all’insorgenza di sintomi che comunicano la difficoltà di separarsi dalla famiglia. In alcune famiglie tale processo di riorganizzazione si ferma, comportando rigidità di ruoli, di aspettative e regressioni psicologiche importanti. Da ciò il comportamento alimentare insieme ad altri disturbi tipici dell’adolescente, possono essere riconosciuti come un vero e proprio sciopero della crescita.
Ma cosa succede nelle famiglie degli adolescenti con disturbi del comportamento alimentare?
Intanto i genitori di adolescenti si trovano, mediamente, in un periodo della vita in cui cominciano a fare i conti con l’età che avanza. Questo può spingere i genitori a mettere in atto un tentativo illusorio di allentare o fermare il corso del tempo; non riconoscendo lo stato di crescita dei loro figli adolescenti, è come se rimanessero emotivamente nella condizione con bambini piccoli e quindi con genitori giovani.
Un altro fatto da tener presente è quello in cui è possibile che in quella famiglia si possono scorgere “fantasmi di rottura” (Onnis, 1990) che portano ogni membro della famiglia a spingere verso la fusione.
Aggiungiamo inoltre i casi in cui due coniugi non vanno d’accordo, ci sono tensioni latenti e conflitti e conflitti che non vengono affrontati grazie alla presenza di un terzo (il figlio), con conseguente coinvolgimento di quest’ ultimo in ruoli e funzioni inadeguate. Può succedere così che i genitori invece di continuare a mantenere il loro ruolo con le responsabilità educative connesse, cercano di trovare un sodalizio con i figli che dall’altra parte vorrebbero invece trovare un “genitore avversario” per potersi opporre e differenziare. L’adolescente in tale situazione, può sentirsi valorizzato dalla considerazione del genitore che dall’altra si sente insoddisfatto, trascurato e incompreso dal coniuge e che vede nel figlio adolescente un sostituto, un adulto. In questo clima affettivo, i figli tendono quindi ad assumere posizioni, ruoli e atteggiamenti incongrui o accettando triangolazioni del tutto improprie. Ed è proprio in questa fitta e intricata trama di ruoli, funzioni, mandati e miti familiari, che trova luogo un disturbo del comportamento alimentare che si manifesta soprattutto come paura di crescere e di separarsi dai genitori.
Per leggere il sintomo all’interno di un contesto familiare, è necessario analizzare i “modelli di interazione familiare”. Don Jackson, uno dei pionieri della psicoterapia familiare scriveva che “la famiglia è un sistema interpersonale governato da regole di relazione (Don Jackson, 1965). L’autore intendeva dire che gli elementi costitutivi di una famiglia sono i membri con le loro relazioni e che tra queste relazioni alcune tendono a ripetersi nel tempo ed assumere una particolare stabilità nel tempo; sono queste che vengono indicate come “regole” di relazione. Tali regole devo essere flessibili per permettere processi di cambiamento, specialmente durante le fase di transazione del ciclo vitale, fase che necessitano di trasformazioni evolutive. Quando invece le regole di relazione sono eccessivamente rigide, ciò provoca una cristallizzazione dell’equilibrio che si è formato con conseguente arresto nel processo evolutivo. Ed è proprio dentro questo equilibro cristallizzato che la sofferenza familiare può tradursi nel comportamento sintomatico di un membro.
Il sintomo viene ad assumere una doppia valenza: da un lato serve per comunicare un disagio all’interno del sistema familiare, un disagio che necessita di cambiamento, dall’altra ha la funzione di mantenere un equilibrio di un sistema disfunzionale o patologico. Il metodo più semplice per mantenere inalterata una situazione familiare inadeguata, rigida, è scegliere una persona e farla diventare il problema.
Quando parliamo di organizzazione familiare, non possiamo non parlare Minuchin (1976).
Uno dei concetti della teoria di Minuchin è quello di struttura della famiglia. “La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali. Transazioni ripetute stabiliscono modelli su come, quanto e con chi stare in relazione. Questi modelli definiscono il sistema”.
La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano. Secondo Minuchin la sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficienti di modelli, dalla disponibilità dei modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando si è necessario.
Il sistema familiare differenzia e svolte le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia.
Un altro concetto fondamentale della teoria di Minuchin è il confine. I confine del sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come. Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere chiari. Nel funzionamento dei confini ci sono due estremi: invischiamento e disimpegno. La famiglia può essere collocata in una posizione secondo un continuum che sta tra due poli:
1. famiglie disimpegnate (confini eccessivamente rigidi)
2. famiglie normali (confini chiari)
3. famiglie invischiate (confini diffusi, dove ogni processo di differenziazione è bloccato e dove ogni separazione è vista come tradimento. In queste famiglie il senso di appartenenza predomina su quello di identità).
Le ricerche pionieristiche condotte da Mnuchin (1980) alla Philadelphia Child Guidance Clinic, avevano evidenziato la presenza nelle famiglie con problemi di anoressia, di quattro modelli di interazione disfunzionale che Minuchin aveva individuato come: invischiamento, ipreprotettività, evitamento del conflitto e rigidità.
• Invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni e nella comunicazione degli altri. In queste famiglie c’è una labilità dei confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali con conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. Non c’è autonomia né spazi personali; Minuchin definì queste famiglie come “famiglie con le porte aperte”. È evidente che queste caratteristiche della struttura familiare, limitano e rendono impossibile lo sviluppo dei processi di autonomizzazione e di individuazione.
• Iperprotettività: è una tendenza alla preoccupazione, alla sollecitudine e all’interesse reciproco che i membri della famiglia manifestano specialmente per quel che riguarda il benessere fisico. In particolare, di fronte al sintomo dell’anoressia, si attiva la mobilitazione di tutta la famiglia. tale preoccupazione e atteggiamento protettivo in queste famiglie, ha la funzione di nascondere ogni altro problema, difficoltà,dolori, conflitti che sente troppo pericoloso e difficile da affrontare.
• Esitamento del conflitto: si manifesta con la tendenza dei membri della famiglia ad adoperarsi per evitare che la conflittualità o il disaccordo venga fuori. È per questo che ogni volta che la tensione della famiglia diviene minacciosa, uno dei membri, spesso il paziente, interviene richiamando su di sé e sul problema l’attenzione di tutti. Il conflitto in questo modo rimane coperto e l’intera famiglia si focalizza sulle difficoltà alimentari della paziente. È evidente come il sintomo della paziente, diventa il catalizzatore principale attorno a cui si modulano le relazioni della famiglia.
• Rigidità: consiste nella ripetizione delle stesse regole di relazione, nella difficoltà ad accettare processi di trasformazione, nel tutelare un equilibrio che si è cristallizzato e che è troppo fragile per poter accedere al rischio dei cambiamenti. L’immagine delle famiglie rigide delle anoressiche è quella di famiglie armoniose e unite, in cui l’unico problema è la malattia della paziente. Se emerge qualche contrasto tra i genitori, esso riguarda la gestione delle difficoltà alimentari della paziente. Caratteristica di queste famiglie è l’inibizione dell’espressione delle emozioni soprattutto quelle legate ad eventi troppo dolorosi per i membri della famiglia. andando a guardare la relazione di coppia dei genitori, vediamo che essa presenta problemi di comunicazione relative ad arre latenti di conflittualità nascosta e irrisolta. Questa insoddisfazione nasce da aspettative deluse che non possono essere esplicitate per paura della rottura del rapporto e che viene visto come un rischio che non può essere emotivamente affrontato (evitamento del conflitto). In queste situazioni può verificarsi il coinvolgimento della paziente in un rapporto preferenziale con l’uno o con l’altro dei genitori, solitamente con chi si sente più in difficoltà nella coppia. La figlia così viene triangolata e si troverà ad affrontare una situazione di ambivalenza: da un lato la ragazza ha la sensazione di avere un rapporto preferenziale con uno dei due genitori e si sente al centro di gratificazione e privilegi; dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che durante la crisi adolescenziale, entra in conflitto con i bisogni di autonomia e di individuazione propri di questa fase. Questa costellazione interattiva caratterizzata da relazioni invischiate, occultamento dei conflitti, immagine di armonia e coesione, nasconde spesso vissuti di solitudine, di isolamento, di carenza di scambi affettivi nella paziente.
Non solo i modelli comportamentali e di pensiero, i ruoli e le modalità di espressione nei legami affettivi ma anche i vincoli, il rispetto delle dimensioni mitiche, la lealtà ai mandati, sono fondamentali in una famiglia. La lealtà in una famiglia dipenderà dalla posizione di ciascun membro all’interno della giustizia del suo mondo umano, il che a sua volta costituisce parte del computo familiare intergenerazionale dei meriti.
A volte ci possiamo trovare di fronte a pretese eccessive, a conflitti di mandato e di lealtà che costituiscono fonte di disagio. I mandati familiari in questi casi sono tali da non accordarsi con i bisogni corrispondenti all’età del delegato che a sua volta ne viene oppresso. E questo spesso succede nelle famiglie con disturbo del comportamento alimentare.
In queste famiglie i pazienti si trovano nell’impossibilità di crescere. Missioni in cui la richiesta implicita è proprio quella di non crescere, portano il tempo familiare ad arrestarsi.
È implicita nella delega la presenza di un legame, che dovrà essere tanto più intenso e tanto più stabile, quanto i mandati saranno importanti e relativi a temi vitali. Ella famiglia i legami possono avvicinare, delimitare, abbracciare, sovrapporsi, andare incontro, cambiare forma e direzione, spezzarsi, unire più generazioni.
Nelle famiglie delle pazienti con disturbi del comportamento alimentare i legami sono “congelati”. In questo quadro il sintomo acquista un significato protettivo, rappresenta un rifugio e il disagio favorisce la possibilità di contatto che permette di preservare l’unità familiare e gli equilibri. Il sintomo acquista un significato “affettivo”, rinforza i legami che pur esistendo, vengono riconosciuti con difficoltà.
Quando viene chiesto alle ragazze anoressiche di rappresentare graficamente i legami della famiglia, esse sembrano rappresentare i familiari in zone del disegno ben definite e che difficilmente toccano le aree delimitate dagli altri membri, mentre il fuori rimane deserto. La misurazione, il controllo e l’immobilità delle distanze sono gli aspetti più importanti.
I membri delle famiglia si controllano reciprocamente, ognuno è immobilizzato nella propria posizione, irrigidito nel proprio ruolo. Prevale la paura che i legami non possono avvicinare di più senza esplodere e distanze maggiori vengono vissute come minacce per l’unità familiare. Non ci si può avvicinare o allontanare senza rimanere soli. Il controllo reciproco rappresenta l’impegno di ognuno nel mantenere una rigidità di distanze che assicura l’equilibrio necessario alla sopravvivenza della famiglia. il luogo di maggior tensione è il “centro”, il centro dello spazio familiare che rimane libero, quasi deserto, perché è un centro che spaventa e che non può neanche essere guardato. Ed è questo luogo che spesso viene occupato dalla paziente. La possibilità di definire un “centro emotivo” delle tensioni familiari viene vista come una minaccia all’unità affettiva della famiglia. il ruolo della paziente sarà quello di mascherare un “centro” che viene vissuto come pericoloso e si adopera per distogliere l’attenzione dei componenti della famiglia dal nucleo delle tensioni, pagando tutto ciò con il suo sintomo. Il tentativo della paziente di contenere le tensioni familiari, focalizzandole su di sé, trova quindi significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, con attenzione assoluta alla minaccia di rottura dei legami, cioè timore della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicazione di conflitti o aumento delle distanze tra i membri.
“Sono i vincoli di lealtà con debiti e crediti correlati, che spesso fanno prevalere gli aspetti protettivi, rivolti a mantenere l’unità familiare, con una “trama affettiva” che però invischia, trattiene, lega e sospende in un tempo che sembra fermo” (Onnis, 2000).
BIBLIOGRAFIA
1. Andolfi M., Angelo C. (1981), Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.
2. Boszormeny- Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili, Astrolabio, Roma.
3. Bowen M. (1979), Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma.
4. Cancrini L., La Rosa, C. (1994), Il Vasi di Pandora, Nis, Roma.
5. Minuchin S. (1980), Famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, Roma.
6. Onnis L. (2000), Il tempo sospeso, Astrolabio, Roma.
7. Scabini E., Cigoli V. (2000), Il Famigliare: legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina, Milano.
8. Watzlawick P., Beavin J., Jackson D. (1971), La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.
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L’adolescenza è un periodo di transizione, un periodo delicato in cui si può assistere all’insorgenza di sintomi che comunicano la difficoltà di separarsi dalla famiglia. In alcune famiglie tale processo di riorganizzazione si ferma, comportando rigidità di ruoli, di aspettative e regressioni psicologiche importanti. Da ciò il comportamento alimentare insieme ad altri disturbi tipici dell’adolescente, possono essere riconosciuti come un vero e proprio sciopero della crescita.
Ma cosa succede nelle famiglie degli adolescenti con disturbi del comportamento alimentare?
Intanto i genitori di adolescenti si trovano, mediamente, in un periodo della vita in cui cominciano a fare i conti con l’età che avanza. Questo può spingere i genitori a mettere in atto un tentativo illusorio di allentare o fermare il corso del tempo; non riconoscendo lo stato di crescita dei loro figli adolescenti, è come se rimanessero emotivamente nella condizione con bambini piccoli e quindi con genitori giovani.
Un altro fatto da tener presente è quello in cui è possibile che in quella famiglia si possono scorgere “fantasmi di rottura” (Onnis, 1990) che portano ogni membro della famiglia a spingere verso la fusione.
Aggiungiamo inoltre i casi in cui due coniugi non vanno d’accordo, ci sono tensioni latenti e conflitti e conflitti che non vengono affrontati grazie alla presenza di un terzo (il figlio), con conseguente coinvolgimento di quest’ ultimo in ruoli e funzioni inadeguate. Può succedere così che i genitori invece di continuare a mantenere il loro ruolo con le responsabilità educative connesse, cercano di trovare un sodalizio con i figli che dall’altra parte vorrebbero invece trovare un “genitore avversario” per potersi opporre e differenziare. L’adolescente in tale situazione, può sentirsi valorizzato dalla considerazione del genitore che dall’altra si sente insoddisfatto, trascurato e incompreso dal coniuge e che vede nel figlio adolescente un sostituto, un adulto. In questo clima affettivo, i figli tendono quindi ad assumere posizioni, ruoli e atteggiamenti incongrui o accettando triangolazioni del tutto improprie. Ed è proprio in questa fitta e intricata trama di ruoli, funzioni, mandati e miti familiari, che trova luogo un disturbo del comportamento alimentare che si manifesta soprattutto come paura di crescere e di separarsi dai genitori.
Per leggere il sintomo all’interno di un contesto familiare, è necessario analizzare i “modelli di interazione familiare”. Don Jackson, uno dei pionieri della psicoterapia familiare scriveva che “la famiglia è un sistema interpersonale governato da regole di relazione (Don Jackson, 1965). L’autore intendeva dire che gli elementi costitutivi di una famiglia sono i membri con le loro relazioni e che tra queste relazioni alcune tendono a ripetersi nel tempo ed assumere una particolare stabilità nel tempo; sono queste che vengono indicate come “regole” di relazione. Tali regole devo essere flessibili per permettere processi di cambiamento, specialmente durante le fase di transazione del ciclo vitale, fase che necessitano di trasformazioni evolutive. Quando invece le regole di relazione sono eccessivamente rigide, ciò provoca una cristallizzazione dell’equilibrio che si è formato con conseguente arresto nel processo evolutivo. Ed è proprio dentro questo equilibro cristallizzato che la sofferenza familiare può tradursi nel comportamento sintomatico di un membro.
Il sintomo viene ad assumere una doppia valenza: da un lato serve per comunicare un disagio all’interno del sistema familiare, un disagio che necessita di cambiamento, dall’altra ha la funzione di mantenere un equilibrio di un sistema disfunzionale o patologico. Il metodo più semplice per mantenere inalterata una situazione familiare inadeguata, rigida, è scegliere una persona e farla diventare il problema.
Quando parliamo di organizzazione familiare, non possiamo non parlare Minuchin (1976).
Uno dei concetti della teoria di Minuchin è quello di struttura della famiglia. “La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali. Transazioni ripetute stabiliscono modelli su come, quanto e con chi stare in relazione. Questi modelli definiscono il sistema”.
La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano. Secondo Minuchin la sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficienti di modelli, dalla disponibilità dei modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando si è necessario.
Il sistema familiare differenzia e svolte le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia.
Un altro concetto fondamentale della teoria di Minuchin è il confine. I confine del sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come. Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere chiari. Nel funzionamento dei confini ci sono due estremi: invischiamento e disimpegno. La famiglia può essere collocata in una posizione secondo un continuum che sta tra due poli:
1. famiglie disimpegnate (confini eccessivamente rigidi)
2. famiglie normali (confini chiari)
3. famiglie invischiate (confini diffusi, dove ogni processo di differenziazione è bloccato e dove ogni separazione è vista come tradimento. In queste famiglie il senso di appartenenza predomina su quello di identità).
Le ricerche pionieristiche condotte da Mnuchin (1980) alla Philadelphia Child Guidance Clinic, avevano evidenziato la presenza nelle famiglie con problemi di anoressia, di quattro modelli di interazione disfunzionale che Minuchin aveva individuato come: invischiamento, ipreprotettività, evitamento del conflitto e rigidità.
• Invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni e nella comunicazione degli altri. In queste famiglie c’è una labilità dei confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali con conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. Non c’è autonomia né spazi personali; Minuchin definì queste famiglie come “famiglie con le porte aperte”. È evidente che queste caratteristiche della struttura familiare, limitano e rendono impossibile lo sviluppo dei processi di autonomizzazione e di individuazione.
• Iperprotettività: è una tendenza alla preoccupazione, alla sollecitudine e all’interesse reciproco che i membri della famiglia manifestano specialmente per quel che riguarda il benessere fisico. In particolare, di fronte al sintomo dell’anoressia, si attiva la mobilitazione di tutta la famiglia. tale preoccupazione e atteggiamento protettivo in queste famiglie, ha la funzione di nascondere ogni altro problema, difficoltà,dolori, conflitti che sente troppo pericoloso e difficile da affrontare.
• Esitamento del conflitto: si manifesta con la tendenza dei membri della famiglia ad adoperarsi per evitare che la conflittualità o il disaccordo venga fuori. È per questo che ogni volta che la tensione della famiglia diviene minacciosa, uno dei membri, spesso il paziente, interviene richiamando su di sé e sul problema l’attenzione di tutti. Il conflitto in questo modo rimane coperto e l’intera famiglia si focalizza sulle difficoltà alimentari della paziente. È evidente come il sintomo della paziente, diventa il catalizzatore principale attorno a cui si modulano le relazioni della famiglia.
• Rigidità: consiste nella ripetizione delle stesse regole di relazione, nella difficoltà ad accettare processi di trasformazione, nel tutelare un equilibrio che si è cristallizzato e che è troppo fragile per poter accedere al rischio dei cambiamenti. L’immagine delle famiglie rigide delle anoressiche è quella di famiglie armoniose e unite, in cui l’unico problema è la malattia della paziente. Se emerge qualche contrasto tra i genitori, esso riguarda la gestione delle difficoltà alimentari della paziente. Caratteristica di queste famiglie è l’inibizione dell’espressione delle emozioni soprattutto quelle legate ad eventi troppo dolorosi per i membri della famiglia. andando a guardare la relazione di coppia dei genitori, vediamo che essa presenta problemi di comunicazione relative ad arre latenti di conflittualità nascosta e irrisolta. Questa insoddisfazione nasce da aspettative deluse che non possono essere esplicitate per paura della rottura del rapporto e che viene visto come un rischio che non può essere emotivamente affrontato (evitamento del conflitto). In queste situazioni può verificarsi il coinvolgimento della paziente in un rapporto preferenziale con l’uno o con l’altro dei genitori, solitamente con chi si sente più in difficoltà nella coppia. La figlia così viene triangolata e si troverà ad affrontare una situazione di ambivalenza: da un lato la ragazza ha la sensazione di avere un rapporto preferenziale con uno dei due genitori e si sente al centro di gratificazione e privilegi; dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che durante la crisi adolescenziale, entra in conflitto con i bisogni di autonomia e di individuazione propri di questa fase. Questa costellazione interattiva caratterizzata da relazioni invischiate, occultamento dei conflitti, immagine di armonia e coesione, nasconde spesso vissuti di solitudine, di isolamento, di carenza di scambi affettivi nella paziente.
Non solo i modelli comportamentali e di pensiero, i ruoli e le modalità di espressione nei legami affettivi ma anche i vincoli, il rispetto delle dimensioni mitiche, la lealtà ai mandati, sono fondamentali in una famiglia. La lealtà in una famiglia dipenderà dalla posizione di ciascun membro all’interno della giustizia del suo mondo umano, il che a sua volta costituisce parte del computo familiare intergenerazionale dei meriti.
A volte ci possiamo trovare di fronte a pretese eccessive, a conflitti di mandato e di lealtà che costituiscono fonte di disagio. I mandati familiari in questi casi sono tali da non accordarsi con i bisogni corrispondenti all’età del delegato che a sua volta ne viene oppresso. E questo spesso succede nelle famiglie con disturbo del comportamento alimentare.
In queste famiglie i pazienti si trovano nell’impossibilità di crescere. Missioni in cui la richiesta implicita è proprio quella di non crescere, portano il tempo familiare ad arrestarsi.
È implicita nella delega la presenza di un legame, che dovrà essere tanto più intenso e tanto più stabile, quanto i mandati saranno importanti e relativi a temi vitali. Ella famiglia i legami possono avvicinare, delimitare, abbracciare, sovrapporsi, andare incontro, cambiare forma e direzione, spezzarsi, unire più generazioni.
Nelle famiglie delle pazienti con disturbi del comportamento alimentare i legami sono “congelati”. In questo quadro il sintomo acquista un significato protettivo, rappresenta un rifugio e il disagio favorisce la possibilità di contatto che permette di preservare l’unità familiare e gli equilibri. Il sintomo acquista un significato “affettivo”, rinforza i legami che pur esistendo, vengono riconosciuti con difficoltà.
Quando viene chiesto alle ragazze anoressiche di rappresentare graficamente i legami della famiglia, esse sembrano rappresentare i familiari in zone del disegno ben definite e che difficilmente toccano le aree delimitate dagli altri membri, mentre il fuori rimane deserto. La misurazione, il controllo e l’immobilità delle distanze sono gli aspetti più importanti.
I membri delle famiglia si controllano reciprocamente, ognuno è immobilizzato nella propria posizione, irrigidito nel proprio ruolo. Prevale la paura che i legami non possono avvicinare di più senza esplodere e distanze maggiori vengono vissute come minacce per l’unità familiare. Non ci si può avvicinare o allontanare senza rimanere soli. Il controllo reciproco rappresenta l’impegno di ognuno nel mantenere una rigidità di distanze che assicura l’equilibrio necessario alla sopravvivenza della famiglia. il luogo di maggior tensione è il “centro”, il centro dello spazio familiare che rimane libero, quasi deserto, perché è un centro che spaventa e che non può neanche essere guardato. Ed è questo luogo che spesso viene occupato dalla paziente. La possibilità di definire un “centro emotivo” delle tensioni familiari viene vista come una minaccia all’unità affettiva della famiglia. il ruolo della paziente sarà quello di mascherare un “centro” che viene vissuto come pericoloso e si adopera per distogliere l’attenzione dei componenti della famiglia dal nucleo delle tensioni, pagando tutto ciò con il suo sintomo. Il tentativo della paziente di contenere le tensioni familiari, focalizzandole su di sé, trova quindi significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, con attenzione assoluta alla minaccia di rottura dei legami, cioè timore della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicazione di conflitti o aumento delle distanze tra i membri.
“Sono i vincoli di lealtà con debiti e crediti correlati, che spesso fanno prevalere gli aspetti protettivi, rivolti a mantenere l’unità familiare, con una “trama affettiva” che però invischia, trattiene, lega e sospende in un tempo che sembra fermo” (Onnis, 2000).
BIBLIOGRAFIA
1. Andolfi M., Angelo C. (1981), Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.
2. Boszormeny- Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili, Astrolabio, Roma.
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